Pubblicato da: federicologiudice | 22 dicembre 2008

Lo stupro delle Fräulein

Donne cercano di sopravvivere nella città distrutta dalle bombe

Donne cercano di sopravvivere nella città distrutta dalle bombe

Germania, un film rompe un tabù: le donne violentate dai soldati russi furono milioni

BERLINO – Ci sono. Questa volta è sicuro. Nella Berlino assediata alla fine dell’aprile 1945 non si parla d’altro. L’improvvisa amplificazione dei tiri di artiglieria non lascia dubbi. I russi sono arrivati. Rintanate, insieme ai vecchi e ai bambini, nel buio delle cantine e dei bunker, senza notizie dei loro uomini al fronte, le donne della capitale del Terzo Reich sanno che cosa aspettarsi. La propaganda nazista contro «quelle bestie dei russi» ha ottenuto il suo scopo. I soldati russi, spesso provenienti da paesini della Siberia, del Caucaso o della Mongolia, vogliono le donne, simbolo della loro vittoria sulla Germania hitleriana. Madri di famiglia, adolescenti, sessantenni… tutte corrispondono all’idea che gli «Ivan» – come li chiamano – hanno delle «deutsche Fräulein». 

Che saranno strappate dalle loro topaie e trascinate negli angoli bui, negli androni, nelle scale, per essere violentate. Gli storici parlano di centomila stupri commessi a Berlino tra l’aprile e il settembre 1945 e di due milioni di tedesche violentate sul fronte sovietico. Da allora sono passati quasi 65 anni. Ogni famiglia tedesca porta questo dramma impresso nella memoria. Nessuno però ha mai osato parlarne (soprattutto all’Est, dov’era proibito criticare il «grande fratello» russo). Troppo forti l’umiliazione, la vergogna, il dolore. Il tabù sembrava insuperabile. Tanto più che, rispetto ai crimini commessi dai nazisti, un tacito divieto impediva ai tedeschi di evocare le proprie sofferenze: sarebbero stati accusati di revisionismo. Oggi però la parola sembra essersi liberata delle catene.

Badando sempre a ricordare la responsabilità iniziale del nazimo, telefilm e documentari cominciano a evocare il tributo pagato dai tedeschi al loro Führer e agli alleati: il bombardamento di Dresda, l’affondamento della nave Gustloff con i suoi diecimila passeggeri, l’espulsione di 12 milioni di tedeschi dai territori orientali. Con il film «Anonyma, una donna a Berlino», di Max Färberböck, protagonista Nina Ross, per la prima volta viene affrontato al cinema il tema degli stupri di massa commessi dai russi nel 1945. Il film è l’adattamento cinematografico di «Une femme à Berlin» (Gallimard 2006), il diario tenuto tra il 20 aprile e il 22 giugno 1945 da Marta Hillers (1911-2001), una giornalista berlinese che all’epoca dei fatti aveva 34 anni e racconta la quotidianità nella capitale nazista consegnata ai russi: l’assenza di acqua corrente e di elettricità, la ricerca del cibo, i razionamenti, i saccheggi. Nulla di eccezionale, di diari simili ce ne sono molti.

Ma la testimonianza della giornalista resta senza uguali perché, mescolando lucidità e cinismo a una precisione rigorosa, Marta Hillers rende conto, giorno dopo giorno, degli stupri che subisce. Il film cerca di raccontare al grande pubblico l’irraccontabile, fornendone una versione un po’ edulcorata e trasformando in storia d’amore una relazione sostanzialmente pragmatica: quella che la giornalista berlinese ha cercato e intrattenuto, dopo essere stata violentata da diversi «Ivan», con un maggiore dell’Armata rossa. «Come Marta Hillers molte tedesche hanno usato questa strategia: se il destino era essere violentate, tanto valeva esserlo sempre dallo stesso uomo, possibilmente qualcuno la cui autorità tenesse gli altri a distanza e assicurasse protezione e sostentamento. Le madri di famiglia, in particolare, vi hanno visto un mezzo per nutrire i figli», spiega la giornalista Ingeborg Jacobs, che ha appena pubblicato «Freiwild» («Prede», edizioni Propyläen), un’inchiesta per la quale ha incontrato quasi duecento donne violentate dai russi nel 1945.

«La storia di Anonyma è un po’ quella di mia madre», racconta Ingrid Holzhüer. Aveva nove anni quando i russi arrivarono a Vogelsdorf, un paese non lontano da Berlino dove si erano rifugiate dopo che l’appartamento della famiglia nella capitale era stato distrutto dalle bombe. «Era una signora particolarmente carina, i russi l’hanno subito individuata. E tornavano tutte le notti, con i pantaloni già aperti. La sentivo supplicarli, chiedere aiuto… Poi divenne l’amante di un alto grado, che ci prese sotto la sua ala». Molto diffusa, questa strategia di sopravvivenza sarà molto mal vista nella Germania del dopoguerra. Gli uomini che tornano dal fronte «si allontanano dalle loro mogli o fidanzate, che considerano sporche o indegne», racconta Ingeborg Jacobs. «Siete peggio delle cagne», sbotta l’amico di Marta Hillers, quando lei gli fa leggere il diario.

Sarà pubblicato negli Stati Uniti nel 1954. E dovranno passare altri cinque anni prima che una casa editrice svizzera pubblichi una versione tedesca, che fece grande scandalo. Marta Hillers fu accusata di essere una «prostituta», per tutta la vita si nascose dietro lo pseudonimo «Anonyma», anonima. La sua vera identità fu scoperta dalla stampa soltanto nel 2003, due anni dopo la sua morte.

(Pubblicato su La Stampa il 21/12/2008)

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