Pubblicato da: federicologiudice | 30 luglio 2014

Un Tavecchio di troppo

Unknown

FEDERICO LO GIUDICE (freelance)

Essere o non essere. E’ questo il dilemma shakespeariano che sta vivendo il calcio italiano dal 24 giugno, giorno dell’eliminazione della Nazionale Azzurra al Mondiale brasiliano che ha portato alle contemporanee dimissioni del ct Cesare Prandelli e del presidente della Federazione Giancarlo Abete. Un doppio vuoto “costituzionale” per il calcio italiano che a metà agosto sarà colmato e dovrebbe, secondo intenzioni e programmi, rilanciare tutto il movimento.
Usare il condizionale è obbligatorio visto che l’uomo designato a ridare vitalità al nostro calcio è il 71enne Carlo Tavecchio, dal 1999 presidente della Lega Nazionale Dilettanti e dal 2009 vicepresidente della FIGC. É lui il favorito poiché oltre all’appoggio di 14 dei 20 club della Serie A (Juventus, Roma, Fiorentina, Sassuolo, Sampdoria e Cesena le contrarie), può contare su quello delle altre tre leghe che gli permetterebbe di avere la maggioranza dei voti e quindi di poter succedere a Giancarlo Abete. Tralasciando la sua gaf sui calciatori extracomunitari, logicamente grave e da condannare oltre che primo indizio sullo spessore del personaggio, e quella meno recente sulle donne (“Si pensava che le donne fossero handicappate rispetto al maschio, ma abbiamo riscontrato che sono molto simili”), la domanda da farsi è se sia l’uomo giusto per ricoprire un ruolo così importante come quello della presidenza della FIGC. A leggere le dichiarazioni dei massimi esponenti del nostro calcio sembrerebbe di sì, ma se per una volta noi italiani ci fermassimo a riflettere capiremo subito che Carlo Tavecchio non può essere l’uomo a cui affidare il rilancio del nostro movimento calcistico.

Il primo motivo della sua ineleggibilità, e per il sottoscritto il più importante, è la sua fedina penale: Carlo Tavecchio è stato processato e condannato cinque volte. È stato condannato a 4 mesi di reclusione nel 1970 per falsità in titolo di credito continuato in concorso, a 2 mesi e 28 giorni di reclusione nel 1994 per evasione fiscale e dell’Iva, a 3 mesi di reclusione nel 1996 per omissione di versamento di ritenute previdenziali e assicurative, a 3 mesi di reclusione nel 1998 per omissione o falsità in denunce obbligatorie, a 3 mesi di reclusione nel 1998 per abuso d’ufficio per violazione delle norme anti-inquinamento, più multe complessive per oltre 7.000 euro (fonte Wikipedia).

Basterebbe questo, in qualsiasi paese in cui il concetto di moralità abbia ancora un peso, per estrometterlo dalla candidatura da una delle cariche più importanti e prestigiose dello sport italiano. Ma siamo in Italia, un paese la cui cultura è mafiosa perché nasce nel Palazzo, al servizio del Principe. Il Principe cambia, al suo posto arriva il Granduca, il Papa o il Partito. Tavecchio è un uomo che rappresenta fedelmente tutto questo (sarà un caso che fu un esponente della Democrazia Cristiana?) e un paese dove il carattere, l’integrità e la professionalità sono le uniche materie in cui si viene immancabilmente promossi senza esami. Tavecchio sembra il gran capo dei magliari parigini: ossia di quei piccoli truffatori degli anni ’30 che, vestiti da marinai britannici, vendevano di porta in porta le stoffe di Prato spacciandole per lane inglesi. A dimostrazione di questo c’è il suo programma che utilizza un’argomento in Italia largamente sfruttato nelle campagne elettorali e puntualmente accantonato una volta finite: quello dei giovani. E’ ironico che a uomo di 71 anni, ma in Italia non è l’unico, possa essere affidato il compito di svecchiare il Paese. E’ ironico perché un cambiamento radicale, e quello che riguarderà la struttura del calcio italiano dovrà esserlo, dovrebbe essere affidato a menti giovani, preparate e soprattutto ancorate alle nuove realtà sociali.

L’intenzione del signor Tavecchio è quella di creare dei centri di formazione federale che si estendano su tutto il territorio nazionale e gestiti dal centro tecnico di Coverciano dove far crescere la nuova generazione di calciatori italiani che, utilizzando le parole del candidato alla FIGC, “metteranno in condizione per la prima volta in Italia i giovani di non arrivare alle squadre di serie A per una stantia presenza grazie ai loro agenti”.
Ottimo progetto, ma solo sulla carta. Perché? Semplice. Per spiegarlo basta osservare ciò che è stato fatto in Germania, e a cui sembra ispirarsi il signor Tavecchio, a partire dal 2000. Il progetto della DFL, la lega calcio tedesca, è stato a lunga gittata, ponendo le basi dal reclutamento con alcune piccole, ma importanti, differenze rispetto all’idea proposta da Tavecchio.
La prima è l’introduzione dell’obbligo per tutte le società di Bundesliga e Zweite liga (la nostra serie B) di avere una squadra in ogni categoria giovanile a partire dagli under 12. Inoltre ogni club deve avere un team riserve o Amateure (idea questa bocciata da Tavecchio nonostante in Germania la seconda squadra rappresenti un importante bacino per il club) che giochi in una serie professionistica inferiore a quella in cui milita la prima squadra (il Bayern II gioca in Regionalliga) e non in categorie giovanili. Il mancato rispetto di questi vincoli comporta la revoca della licenza di partecipazione al campionato. Inoltre, per favorire la crescita dei giovani talenti tedeschi ogni formazione dall’under 16 in su deve avere in rosa almeno 12 giocatori candidabili a una maglia della nazionale di categoria. I risultati? I club hanno incominciato a investire tante risorse economiche che nel 2013 ha portato le società a spendere 80 milioni di euro nei settori giovanili (+3,3% rispetto al 2011/12), facendo lievitare a 820 milioni il totale dei fondi destinati alle accademie del calcio dal 2001. Una corsa a chi investe meglio aiutata concretamente anche dalla Federcalcio tedesca che intuendo la necessità di accorciare il gap tra le società (che per ovvie ragioni non possono avere la stessa forza economica) ha creato un fondo comune per aiutare i club come meno risorse. Risultati? Anche in questo caso sorprendenti: oltre la metà dei giocatori della Bundesliga sono tedeschi e spesso cresciuti in piccole realtà come Wolfsburg, Friburgo, Rostock e Mainz. A chi non rispetta questi parametri vengono tolti i finanziamenti. In Italia si avrà la capacità di fare lo stesso? La sensazione, conoscendo la nostra storia recente, è che non sia possibile. Da noi far rispettare le regole e le sentenze è ormai l’eccezione, anche grazie a un sistema dirigenziale dove i presidenti “lottano” per reclamare scudetti tolti, altri che danno sempre la colpa agli arbitri o ai complotti e a tutto ciò che non ha nulla a che fare con lo sport e con un sistema efficiente che faccia osservare regole e moralità.

La seconda “piccola” differenza riguarda proprio il come e il dove costruire questi centri di formazione. In Germania ce ne sono ben 366 e tutti moderni e di qualità, più 29 strutture di coordinamento a cui aggiungere i 2,5 milioni di euro investiti ogni mese (quindi 30 milioni l’anno) sul vivaio nazionale. Uno sforzo non indifferente per la federazione tedesca che ha trovato nell’Adidas un valido partner pronto a investire 25 milioni di euro all’anno fino al 2018. In Italia sarebbe possibile realizzare un modello del genere? E con che logica verrebbero suddivisi nel Paese questi centri federali visto che da noi tra Nord, Centro e Sud (Isole comprese come citava Aiazzone) esistono delle enormi differenze strutturali? Ma soprattutto, vista l’attuale crisi economica, dove verrebbero reperiti i fondi prima per realizzarli e poi per finanziarli? Se in Germania si è potuto realizzare questo “miracolo” è solo perché prima di dare fiato alle trombe si è progettato tutto con intelligenza e professionalità.
Caro signor Tavecchio, se il calcio tedesco gode di ottima salute non è solo per i suoi 366 centri di formazione. Non è una casualità che la Bundesliga con una media di 45.116 spettatori a partita (in Italia sono 22.493 mila) sia il campionato di calcio con il maggior seguito dal vivo e il secondo torneo al mondo dietro alla NFL (la lega del football americano). La dirigenza del calcio tedesco ha capito che occorreva valorizzare il suo prodotto per ricavarne degli utili da poter continuare ad investire. Per riuscirci ha fatto stadi nuovi che corrispondessero alle esigenze e alle tasche dei tifosi (cibo, bevande vendute all’interno delle strutture sono dei club) e tutelando il merchandising delle società che dalla vendita di magliette e gadget ottengono introiti importanti. Politiche che hanno permesso nell’ultima Bundesliga a 12 club su 18 di chiudere in attivo e di portare il giro d’affari complessivo del campionato in crescita per l’ottavo anno consecutivo. Etica, investimenti e progettazione: ecco signor Tavecchio il perché la Germania comanda nel calcio. Tre materie prime inesistenti nel nostro calcio dove i protagonisti sono una generazione di dilettanti e politicanti che conoscono tutte le teorie del tornio, ma non sanno come usarlo. E lei, egregio signor Tavecchio, ne è uno dei più tristi rappresentanti.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Categorie

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: